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giovedì 25 luglio 2013
martedì 2 luglio 2013
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Smetti di osservare ciò che passa lì dentro. Abbandonalo o donalo a noi, anche solo temporaneamente, capace che perdi l’abitudine. Ne faremo una installazione a Montefiorino, il paese sulle montagne modenesi della Libera Repubblica, dal 28 luglio al 11 agosto. “Il filo rosso” della giornate è la Resistenza. Accettare questa nostra proposta è un atto Resistente per la ricostruzione di un'autonomia di pensiero.
Possibili privilegi venuti a seguito di quest’abbandono:
- niente “politica” urlata da Tarzan catodici e la lettura de “La Repubblica” (di Platone);
- imparare a ballare la polka, “che nella vita serve sempre” (cit. L. Carboni);
- ed infinito altro ancora.
sabato 22 giugno 2013
IL ROSA E' FEMMINA?
articolo da improntaadv
Non capita spesso di leggere un articolo brillante e approfondito, scritto da uno degli artisti (“musicista” sembra riduttivo) più innovativi degli ultimi trent’anni, su un tema estremamente specifico (il colore rosa) ma che permette di svariare e aprire digressioni su argomenti come il nazismo, il marketing delle Barbie, i quiz televisivi e gli stereotipi di genere associati al colore.
Tutto questo e molto altro, condito con un bel po’ di ironia, lo trovate sulle pagine di Cabinet , rivista newyorchese no-profit, dove David Byrne (quello dei Talking Heads, e di un sacco di altre cose) si addentrea nei meandri della psicologia dei colori per spiegarci quello che ha scoperto ripercorrendo la storia del colore rosa.
A quanto pare, fino alla seconda guerra mondiale il rosa era associato ai maschi e l’azzurro alle femmine, perché il primo era visto come una tonalità di rosso (colore forte, marziale, virile), mentre il secondo era percepito come più delicato, e dunque più adatto al gentil sesso.
Sulle ragioni dello scambio di ruoli avvenuto nelle decadi successive, le ipotesi sono varie: rimane il fatto, però, che negli anni sessanta e settanta una serie di ricerche scientifiche dimostrarono gli effetti rilassanti di una certa tonalità di rosa, capace di abbassare in pochi minuti la tensione muscolare e il battito cardiaco.
In seguito a questa scoperta, il rosa fu utilizzato in alcune prigioni americane per indurre i detenuti a mantenere un comportamento tranquillo, evitando le manifestazioni di violenza. I risultati furono sorprendenti: l’istituto di correzione della Marina nello stato di Washington che aveva dipinto di rosa le celle di isolamento registrò un calo verticale degli episodi di violenza, cosa che indusse la direzione a mantenere il colore fino ad oggi.
Ma le prigioni non furono le uniche a sfruttare le proprietà calmanti del rosa: nei primi anni ’80, gli spogliatoi di football delle squadre ospiti in Iowa e Colorado cominciarono a esibire una vivace tonalità rosata, con l’evidente scopo di “ammorbidire” gli avversari, finché la Lega non impose per regolamento che gli spogliatoi di entrambe le squadre avessero le pareti del medesimo colore.
Se questo non vi basta, sappiate che il rosa funziona anche come inibitore dell’appetito e, in generale, ha l’effetto di indebolire e rallentare l’organismo, rendendolo meno incline ad attività che richiedano un grande dispendio di energia (fra cui, ad esempio, il sesso).
Come il rosa sia diventato, in pochi anni, un colore culturalmente percepito come femminile, rimane ancora un mistero: una teoria “complottista” ne indicherebbe la causa in una manovra orchestrata dagli uomini per indebolire e depotenziare le donne, proprio nel momento in cui i ruoli di genere cominciavano a modificarsi, cambiando faccia all’assetto della società. Al contrario, potrebbero essere state le donne a rivendicare il rosa – tradizionalmente associato agli uomini – come simbolo del desiderio di parità e riconoscimento sociale. O forse c’entra qualcosa il triste simbolo affibbiato agli omosessuali durante il nazismo, quel triangolo rosa che avrebbe alterato la carica semantica del colore, conferendogli una connotazione di “devianza” e “anormalità”.
lunedì 10 giugno 2013
mercoledì 22 maggio 2013
La forma è sostanza
Totem, oggetto di venerazione e timore, svelamento dello stato nevrotico collettivo. Il non detto che solo inconsciamente si conosce. Incarnazione di dominanti valori macisti. La rappresentazione del pene è ancora tabù. Anche la prima copertina del ’76 di “Porci con le ali”, come nelle seguenti, erano rappresentate graficamente parti anatomiche sessuali solo femminili, non il fallo.
Totem, oggetto di venerazione e timore, svelamento dello stato nevrotico collettivo. Il non detto che solo inconsciamente si conosce. Incarnazione di dominanti valori macisti. La rappresentazione del pene è ancora tabù. Anche la prima copertina del ’76 di “Porci con le ali”, come nelle seguenti, erano rappresentate graficamente parti anatomiche sessuali solo femminili, non il fallo.
La mia non è una riflessione sul libro in quanto tale, ma su come, in rapporto all’oggi, interpreto questo saggio in forma di diario sulla sessualità e sull’adolescenza, sull’iconoclastia nella nostra cultura, sull’impossibilità di rappresentare apertamente il sistema di dominio e valori, nel ragionamento e nell’immagine pubblica.
a cento anni della pubblicazione di “Totem e tabù: somiglianze tra vita mentale dei selvaggi e dei nevrotici” di Sigmund Freud
sabato 4 maggio 2013
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